Parole di Korczak

Dite:

E’ faticoso frequentare i bambini.

Avete ragione.

Poi aggiungete:

Perché bisogna mettersi al loro livello,
abbassarsi,
inclinarsi,
curvarsi,
farsi piccoli.

Ora avete torto.

Non è questo che più stanca.

E’ piuttosto il fatto
di essere obbligati
ad innalzarsi
fino all’altezza
dei loro sentimenti.

Tirarsi,
allungarsi,
alzarsi sulla punta dei piedi.

Per non ferirli.

Come non essere d’accordo con Janusz Korczak (Varsavia, 22 luglio 1878 – Campo di sterminio di Treblinka, 6 agosto 1942)è stato un pedagogoe scrittore polacco. Korczak, nome d’arte di Henryk Goldszmit.

Sulla sua vicenda è stato realizzato il film Dottor Korczak di Andrzej Wajda del 1990.

Della sua vita se ne parla attraverso uno degli orfani del ghetto di Varsavia nel romanzo storico “Kindling” di Alberto Valis edito da Felici Editori pubblicato nel 2011.

Il messaggio di Korczak  è quello che bisogna imparare a vedere il mondo con gli occhi dei bambini.

Lo dimostra anche un suo romanzo, intitolato “Quando ridiventerò bambino” del 1924, nel quale racconta la giornata di un bambino di otto anni visto dalla sua prospettiva.

In parecchie delle sue pubblicazioni esorta ad “entrare” nell’ottica del bambino (o a tornare a vedere il mondo come quando eravamo piccoli).

Sul tema dei diritti del bambino Korczak si è dimostrato particolarmente sostanziale, lucido e grande precursore rispetto al suo tempo: nel 1929 scrisse “Il diritto del bambino al rispetto”, un’intera opera destinata a questo argomento.

Io come Korczak ho imparato che posso riconoscere i diritti dei bambini unicamente se sono capace di capire i bambini, il loro mondo e i loro bisogni di crescita, di vedere e di sentire come vedono e sentono loro e a considerare il loro mondo allo stesso livello di importanza del mio: questo mi hanno insegnato in tanti anni, tutti i bambini che ho incontrato nella mia carriera di educatrice, di questo sono loro immensamente grata, anche a loro devo ciò che sono oggi.

Laura

Le nuove compagne dei padri separati: donne di serie “C” Il diritto di accedere ad una maternità tutelata

Oggi voglio lasciare lo spazio nel mio blog per un articolo scritto dalla mia amica Adriana Tisselli sul numero di GENIODONNA  di Mar_Apr 2012.

Un bell’articolo con un titolo forte “Le nuove compagne dei padri separati: donne di serie “C” Il diritto di accedere ad una maternità tutelata”, ed ecco cosa scrive:

Se i padri separati vengono trattati alla stregua di genitori di serie B, le eventuali nuove compagne di questi vengono considerate (e trattate) dallo Stato in modo persino peggiore.

Di sicuro, nessuno si domanda se anche le compagne, in quanto donne, debbano vedersi garantito il diritto di poter usufruire delle stesse opportunità delle altre, compreso quello di accedere ad una maternità egualmente tutelata.

Ad oggi, infatti, le uniche a beneficiare di protezione sociale, sostegno economico e comprensione umana sono le cosiddette madri di serie A, ovvero quelle donne alle quali, per prassi consolidata, si devono sempre lasciare casa, soldi e, ovviamente, figli.

Le nuove compagne, invece, sono, per gli “addetti ai lavori” semplicemente delle donne che non valgono niente e, di conseguenza, anche delle madri che non valgono niente.

I loro figli (se hanno la malaugurata idea di metterne al mondo), poi, valgono ancora meno. Infatti, i figli della madre di serie C dovranno accontentarsi di quello che rimane dei privilegi che lo Stato si affanna a garantire alla madre di serie A.

Due pesi e due misure per una stessa tipologia di essere umano appartenente allo stesso genere (femminile). È un’odiosa disparità di trattamento che va a colpire i figli.

Partendo dunque dal presupposto che lo Stato dovrebbe avere una funzione etica, come può consentire che avvenga una tale discriminazione “legalmente autorizzata” che, di fatto, va a colpire i soggetti più deboli, cioè i bambini?

Oggi, le compagne dei padri separati, probabilmente, sono tra le poche donne depositarie dei valori più sani del movimento femminista, in primisdi quella spinta all’emancipazione femminile che avrebbe dovuto fare pressione sulla società per ottenere riforme strutturali e che, invece, ha velocemente (e comodamente) abdicato al modello culturale dominante.

Ne sono una dimostrazione evidente le eccessive tutele riconosciute a talune donne in fase di separazione… che poi sono il pedissequo riproporsi della vecchia logica donna/badante della prole e uomo/procacciatore di mezzi di sussistenza.

Incredibilmente, è proprio lo stesso arcaico modello che continua ad essere applicato – né più né meno – dai tribunali quando il (falso) affido condiviso viene puntualmente ratificato.

Ma il “risarcimento danni” predatorio alla fine si rivela essere l’ennesima, perduta occasione di parità: un inganno! E così le donne si intrappolano da sé in un sistema frustrante, accuratamente studiato per contenerle e per annullarne le capacità.

Le nuove compagne, dal canto loro, trascinano silenziosamente e faticosamente il loro carico familiare lavorando, senza aiuti e, soprattutto, senza quella solidarietà “di parte” della sorellanza riservata solo ed esclusivamente alla metà “privilegiata” della metà del cielo.

Adriana Tisselli

Presidente

Associazione DonneContro

Movimento Femminile per la Parità Genitoriale

La donna dà l’assenso al ruolo di padre

La rivoluzione degli anni Settanta ha portato ad un grande progresso, è innegabile, ma probabilmente ha dato

origine ad una grande repressione del genere maschile; infatti se da una parte si è andati a liberare la donna dalla prevaricazione, dall’altra si sono confinati gli uomini e i figli in posizione di soccombenza.

Spessissimo si sente chiedere come mai i tribunali nei casi di separazione affidino in alta percentuale i figli alle madri; come mai quando una madre trasgredisce le disposizioni di una sentenza e un padre ricorre, solitamente tutto finisce in un’archiviazione?

Rarissimamente si va a sentenza contro una madre anche quando questa è palesemente “colpevole”.

Per i padri no, non è così.

Potremmo supporre che questa consuetudine affondi le radici in una cultura ancorata alla visione della procreazione strettamente legata all’immagine della madre, dimenticando che per dare origine ad un nuovo individuo è indispensabile l’apporto di entrambi i generi, maschile e femminile?

Sarebbe possibile ipotizzare che questa visione sia stata ulteriormente

confermata dall’approvazione della legge 194/78, che fa della donna e della sua libertà di scelta nel mettere al mondo un figlio il punto cardine, mentre la considerazione della volontà del padre è assente?

Se nell’art. 5, si prevede la presenza del padre del concepito nel consultorio o nella struttura socio-sanitaria (commi 1 e 2 dell’art. 5 cit.) la legge, in aperta contraddizione con quanto sopra rilevato, condiziona la presenza e l’apporto del padre del concepito al consenso della donna.

Si dice espressamente che la partecipazione del padre è ammessa

“ove la donna lo consenta”. È da rilevare, peraltro, che l’esclusione

del padre del concepito viola l’uguaglianza dei genitori. Alla luce di queste considerazioni si può quindi asserire che il diritto alla paternità è fondamentalmente negato con palese contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione?

Sta di fatto, che comunque si voglia porre la questione la risposta è inequivocabile, i figli nascono se una donna decide di farli nascere; fintanto che gli uomini per essere padri dovranno transitare per l’utero femminile, non potranno vedere affermato il diritto alla paternità, per quanto bravi padri siano, e mai potremo noi sostenere e difendere il diritto alla bigenitorialità dei figli.

A meno che qualcosa cambi culturalmente, ed è quello che in molti auspichiamo e cioè il riconoscimento del valore educativodel padre e della madre per un figlio.

Mio contributo pubblicato a pagina 15 di GENIODONNA